>> Biodiversità: verso un database mediterraneo delle api?
L’Italia è la culla del patrimonio genetico delle api. Patria
della razza ligustica e di quella sicula, ospita – seppur marginalmente
– altre due razze “mediterranee” di ape. La classificazione
è complessa e si avvale di studi specializzati che esaminano la
morfologia, la biochimica e la genetica degli insetti. Le differenti tecniche
influiscono sull’interpretazione dei risultati e sul grado di precisione
delle differenziazioni riscontrate. Strumento di tutela e gestione di
questo patrimonio autoctono e l’Albo nazionale di allevatori di
api regine (depositato presso l’INA).
Ignazio Floris, entomologo dell’Università
di Sassari, ha proposto la creazione di una banca
dati che racchiuda in sé tutte le caratteristiche morfometriche
e genetiche delle api nazionali e – più in generale –
che riesca a descrivere il mosaico di sottospecie presenti nell’intero
bacino mediterraneo.
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Varroa: un aiuto dalla genetica?
Norberto
Milani (Università di Udine) ha fatto il punto sul pericolo
varroa, l’acaro parassita che in questi anni ha fatto partorire
alla ricerca più di 6mila articoli scientifici (nella
foto). Ormai conosciamo i sottili “odori” che attirano
le femmine di varroa verso la covata o l’idrocarburo che riduce
la moltiplicazione dell’acaro quando una celletta è totalmente
infestata. Ma non sono stati ancora chiariti i sottili legami ecologici
che legano le api, gli acari e l’ampio ventaglio di virus patogeni
dell’ape. Inoltre ancora non è stato capito quale fattore
doni la resistenza nei confronti del parassita ad alcune api (nello specifico,
all’ape africanizzata). Nuove tecniche molecolari
potrebbero scoprire i geni coinvolti nella tolleranza della varroa, ma
una massa crescente di dati suggerisce come possa essere praticabile selezionare,
non tanto un ape più resistente, ma una varroa meno aggressiva.
Alcuni lavori presentati:
Caprio et al. - Studio della variabilità al 5’ della regione
gnomica non tradotta (UTR) dell’RNA del virus delle ali deformi.
Mazzone et al. - Proposta di soglia di intervento per il controllo
della varroasi
Satta et al. - Il rotenone nel controllo di Varroa destuctor
in apiario
>> Inquinamento: come capire l’effetto dei pesticidi
di ultima generazione?
I pesticidi,
i principali accusati per le morie di api di questi anni, per essere
commercializzati devono essere sottoposti ad un analisi del rischio che
valuti l’effetto delle molecole sulle api. Con quali metodologie?
Lo hanno illustrato Claudio Porrini (Università
di Bologna) e Anna Gloria Sabatini (direttore dell'INA).
Ogni paese può scegliere le proprie all’interno di una griglia
flessibile proposta a livello europeo dall’EPPO
(European and mediterranean plant protection organization).
Il metodo più affidabile per la stima del rischio è quello
che avviene in campo, in quanto si avvicina maggiormente alle normali
pratiche agricole, tuttavia i dati ottenuti in questo modo possono essere
di difficile interpretazione. In laboratorio i pesticidi non si degradano
come in campo e le api sono maggiormente stressate, in maniera tale che
se un pesticida risulta innocuo in laboratorio, in genere il risultato
è generalizzabile anche all’aperto. Quando però i
dati non coincidono, devono essere considerati più attendibili
quelli in campo. Anche in nome del principio di precauzione. L’immissione
sul mercato di nuovi pesticidi, che hanno effetti più
sottili e che non producono immediatamente mortalità, rappresenta
una sfida per i ricercatori che stanno sviluppando nuovi
metodi di valutazione del rischio. Ma le api non sono solo usate come
organismo test, ma anche come indicatori biologici di inquinamento ambientale.
Alcuni lavori presentati:
Negri et al. - Utilizzo delle api e della loro cera per il monitoraggio
dell’inquinamento da composti organici volatili emessi da una discarica
di rifiuti solidi urbani.
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Pronubi: quali specie allevare?
Non
tutte le piante si servono delle api come impollinatori: spesso per una
fioritura precoce o per una forma particolare del fiore possono risultare
non attrattive per l’ape domestica. Ma non per altri tipi di apoidei.
Purtroppo le api selvatiche stanno scomparendo e si sta rendendo necessario
il lancio di specie allevate. Ma quali specie sono più adatte all’allevamento?
Rispondono Bettina Maccagnani (Università di Bologna)
e Antonio Felicioli (Università di Pisa), sottolineando
come bisogna valutare numerosi parametri: sincronia tra pianta e bottinamento
dell’insetto, legami ecologici, l’appetibilità del
fiore e le strategie di rifornimento del pronubo.
Negli Stati Uniti e in Giappone hanno raggiunto un impiego commerciale
Megachile rotundata, Nomia melanderi e varie osmie.
Ma anche le colonie di bombi (Bombus terrestris) vengono prodotte
a milioni in tutto il mondo (30 – 50mila unità solo in Italia),
soprattutto per l’impollinazione dei pomodori. Una nuova prospettiva
prevede l’uso degli impollinatori come vettori di funghi
e batteri per la lotta biologica nelle colture.
Alcuni lavori presentati:
Campolo et al.- Prime considerazioni sul ruolo dell’entomofauna
antofila nella produzione di seme di Coriandrum sativum
Maccagnani e Betti - L’impiego di Osmia cornuta nell’impollinazione
del pero: lancio anticipato e compatibilità con le strategie di
difesa.
Maccagnani et al. - Contaminazione secondaria di fiori di melo
con Bacillus subtilis (Bd170-Bio-Pro) con Apis mellifera
e Osmia cornuta
Palmieri et al. - Strategia di bottinamento di Anthophora
plumipes (Pallas) (Hymenoptera, Anthophoridae) attraverso l’analisi
del polline prelevato dalle zampe e dall’intestino.
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