> DOSSIER Eurbee
 

L’apicoltura europea? Ancora troppo piccola

Non professionale, assediata da un’agricoltura sempre più aggressiva, ma con molte opportunità che si delineano all’orizzonte. E’ questa l’apicoltura della nuova Europa a 25, secondo lo scenario dipinto da Richard Jones dell’International bee research association di Cardiff. Un'attività che si muove in un mercato sempre più vasto e interessante ma che secondo Jones rischia da un lato l'incremento delle patologie dato dalla intensa mobilità delle api, spesso non registrata, e dall'altro una paralisi dovuta all'eccesso di burocrazia dell'Unione.

“Le opportunità che offre la nuova Europa sono comunque molte- ha spiegato Jones al simposio organizzato all’interno di Eurbee – la possibilità di cooperare in un mercato più grande e ad un livello più alto tra associazioni, aumentare le informazioni in nostro possesso, aver un maggior peso sui media e quindi poter fare maggiormente pressione per far sentire la propria voce”.

Avvalendosi di dati originali, che saranno pubblicati entro breve su Bee World e che hanno alcune conclusioni sorprendenti (prima fra tutte: la Finlandia si classifica prima nella produzione di miele per alveare rispetto agli altri paesi Ue) Jones ha voluto porre l’accento sulla necessità, per gli apicoltori di tutta Europa, di incrementare l’attività commerciale e uscire dall’hobbismo che caratterizza la maggior parte degli operatori del settore.

”Solo la Francia, la Spagna e il Portogallo hanno buone percentuali di professionisti – ha continuato Jones –mentre in molti paesi dell’est (Repubblica ceca, Estonia, Slovacchia e Slovenia, NdR) quasi la metà della popolazione possiede alveari ma non entra nel mercato”.

“Anche tra i professionisti del mio paese prevalgono i metodi dei piccoli apicoltori – aggiunge il ceco Frantisek Kamler del Bee research institute di Dol.
La soluzione? Secondo Kamler ed altri esponenti dei paesi dell’est bisognerebbe aumentare l’assistenza e le sovvenzioni istituzionali. “Il regolamento comunitario 1221 del 1997 non è uno strumento sufficiente perché, viste le ultime statistiche sull’apicoltura, assegnerebbe solo due euro per alveare”, specifica Robert Chlebo dell’Università slovacca dell’agricoltura
.

Aiuti statali a parte, il problema principale della recente apertura a est dell’Unione europea sembra essere la
qualità del miele che potrebbe essere diluito con mieli provenienti sopratutto da Ucraina, Russia e Cina, paesi in cui le maglie dei controlli sui residui sono più lasse rispetto a quelle del recinto comunitario. Ne è convinto Franco Mutinelli del Laboratorio nazionale per l’apicoltura istituito presso l’Istituto zooprofilattico delle Venezie, che avverte: “Prima era l’Italia uno dei paesi più ad est e che quindi aveva un ruolo di confine, oggi questo compito spetta ai nuovi arrivati nell’Unione”.

“La Comunità europea ha legiferato con chiarezza nel 2002 sull’affidabilità delle prove analitiche per il miele – continua Mutinelli - Molti dei nuovi paesi che si affacciano a est hanno già raggiunto un buon livello di garanzia, altri però devono ancora crescere. D’altronde non era nemmeno pensabile che dal primo maggio del 2004 tutti i nuovi paesi potessero eguagliare gli standard degli altri stati”.