Che
ape è?
Entriamo
in un laboratorio per capire come si distinguono le diverse sottospecie.
Come distinguere una razza dall’altra? E’ il delicato lavoro
che occupa scienziati e ricercatori di tutto il mondo.
Uno sguardo alla superficie
Ogni razza possiede un aspetto diverso. Il primo metodo storicamente adottato
per caratterizzare una popolazione di api è stato, quindi, proprio
quello di osservare e misurare i caratteri esteriori degli insetti: l’
analisi morfometrica.
Fino agli anni ’70 non esistevano veri e propri standard per la
caratterizzazione morfometrica. Ogni gruppo di ricerca adottava diversi
metodi e si focalizzava su caratteri distinti.
Poi, nel 1978 viene pubblicata la bibbia dei tassonomisti delle api. Frederick
Ruttner, un biologo tedesco, scrive Biogeography and taxonomy of honeybees,
un’opera fondamentale in cui venivano elencati metodologie e caratteri
da osservare per discernere ogni razza di ape.
Oggi
il compendio di Ruttner è stato più volte rivisto e aggiornato
da ricercatori di tutto il mondo. Attualmente i caratteri più
usati sono 36 e riguardano pelosità, dimensioni del corpo,
lunghezza della proboscide, forma e nervature delle ali e colori dell’insetto
(di lato).
Le tre api presenti in Italia (ligustica, sicula e carnica)
si possono distinguere usando solo 13 caratteri. Otto appartengono all’ala
anteriore (lunghezza e angoli fra le varie nervature dell’ala),
tre alle zampe (lunghezza del femore, tibia e basitarso), uno è
il colore del terzo tergite addominale (la terza “striscia”
dell’ape) e l’ultimo è larghezza del sesto sternite
(l’ultimo tratto della “pancia” dell’ape).
Sono tutti
caratteri molto piccoli che hanno bisogno di microscopi
per essere osservati. E’ possibile effettuare le misurazioni con
un oculare micrometrico, ma spesso l’immagine microscopica viene
rielaborata dal computer con programmi specializzati per le analisi morfologiche.
L’analisi morfometrica è relativamente semplice ed economica,
ma nasconde anche alcune insidie, per esempio la forte variabilità
stagionale di alcuni caratteri. Poi, come gli esseri umani, anche le api
hanno un lato diverso dall’altro. Per ovviare questi problemi, nella
valutazione si considera solamente il lato destro dell’insetto.
Spulciando tra le molecole con l’elettricità
Un altro metodo per distinguere le varie sottospecie è quello legato
alla variabilità biochimica di alcuni enzimi marcatori
presenti in diverse quantità nelle razze di api.
La tecnica più usata è quella dell’elettroforesi,
un processo chimico in cui le molecole, che hanno caratteristiche elettriche
diverse, vengono separate sotto l’influenza di un campo elettrico
esterno prodotto in laboratorio.
La variazione biochimica è estremamente utile per localizzare alcune
razze ma risulta inefficace per altre. Ad esempio non riesce a discriminare
tra l’ape ligustica e quella carnica.
Alla
base della variabilità: il DNA
Ora che il DNA delle api è stato completamente sequenziato dallo
Human genome sequencing center (l’ultimo
aggiornamento risale al gennaio di quest’anno), diventa
più facile descrivere il tipo di ape dalla sua carta d’identità
genetica. Arrivare a leggere il codice (genotipo) che sta alla base delle
caratteristiche esteriori (fenotipo) può sicuramente garantire
un’analisi più minuziosa e dettagliata. Inoltre la tecnica
non è invasiva: con solo pochi millimetri di tessuto alare si può
caratterizzare il genotipo di un’ape regina.
Nello
studio tassonomico delle api viene spesso studiato il DNA mitocondriale
(mtDNA, di lato), la molecola
circolare di DNA presente in alcuni organelli della cellula, i mitocondri.
Studiare il DNA mitocondriale è relativamente semplice: è
una molecola composta da solo 37 geni. Inoltre esiste un altro vantaggio:
i mitocondri vengono lasciati in eredità genetica di madre in figlia
e quindi lo studio di questa particolare molecola permette di studiare
l’evoluzione dell’ape senza l’interferenza dovuta al
contribuito maschile alla variabilità genetica. Questo permette
non solo di caratterizzare le razze di api, ma soprattutto di verificarne
la loro parentela.
Ma è
anche possibile penetrare nel cuore della cellula - il nucleo - e osservarne
il DNA nucleare: una lunga molecola di circa 20 milioni
di nucleotidi (il DNA umano ne possiede circa tre miliardi).
La nuova frontiera della ricerca genetica è quella dei microsatelliti.
Sono piccoli tratti di DNA ipervariabile che non vengono trascritti e
la cui funzione non è chiara. Ma se ne conosce il loro elavato
tasso di mutazione, la qual cosa li rende marcatori genetici appetibili
e utilizzabili in svariati ambiti.
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