Impollinazione, lo sporco lavoro delle api
Come mai
le api preferiscono imbrattarsi di polline su certe piante, ma non su
altre? Ed esistono impollinatori che raccolgano polline dove l’ape
non può intervenire? Sotteso a queste domande c’è
l’antico rapporto di evoluzione congiunta tra piante e animali,
che ha modulato le forme dei fiori e i comportamenti degli insetti impollinatori:
un tema che è stato approfondito nell’ultimo incontro di
aggiornamento dell’Albo nazionale dei melissopalinologi, gli esperti
analisti del polline presente nel miele, tenutosi il 28 marzo all’INA.
Per parlare
della coevoluzione insetto/fiore sono stati invitati due esperti che potessero
trattare il fenomeno dai due punti di vista diversi. Bettina Maccagnani,
ricercatrice dell’Università di Bologna e responsabile del
Laboratorio dell’insetto del Museo del Cielo e della Terra, ha parlato
delle varie tipologie di insetti, mentre Francesco Intoppa
dell’Istituto sperimentale per la zoologia agraria del CRA, ha spiegato
la coevoluzione illustrando la strabiliante conformazione dei fiori.
Intoppa
(nella foto) ha dato una prospettiva evolutiva alla sua dissertazione
sulle architetture dei fiori. La forma dei fiori più
semplice è quella a tazza (rosa, ranuncolo, papavero).
Si tratta della struttura floreale più “democratica”,
poiché essendo aperta permette un approccio con molti tipologie
di insetti. E’ la stessa accessibilità che possiedono anche
i fiori a spazzola (cardo, eucalipto, salice), in cui
l’insetto, alla ricerca del nettare, spazza con il suo addome gli
organi sessuali del fiore diffusi abbondantemente sulla superficie floreale.
Un primo tentativo di selezionare gli impollinatori (o pronubi) si ha
invece con i fiori a imbuto (campanule), in cui il nettare
degli stigmi e il polline delle antere sono più profondi rispetto
all’apertura e, di conseguenza esiste un impedimento per gli insetti
di taglia maggiore e con apparato boccale corto, che non riescono a suggere
il nettare e a imbrattarsi col polline. Nei fiori a fauce
(salvia, iris) invece l’insetto penetrando nel fiore (a forma di
bocca, da cui il nome) muove una struttura a bilanciere di modo che gli
stami sul labbro superiore si ripiegano, depositando il polline sul dorso
dell’animale. I fiori a vessillo (robinia, orchidee,
erba medica) hanno una forma simile a quella a fauce, ma opposta: le antere
degli stami in questo caso sono nella parte inferiore del fiore, per cui
l’insetto tocca il polline con l’addome. Infine i fiori
a tubo (crucifere) sono le strutture che selezionano maggiormente
i visitatori con ligula corta, tanto che spesso nemmeno le api, gli impollinatori
per eccellenza, non riescono ad andare fino in fondo al fiore.
Ma
quali gli impollinatori più importanti per le piante di interesse
agrario? Oltre all’ape – ha spiegato Maccagnani – per
selezionare dei pronubi utili bisogna valutare tanti fattori che legano
gli insetti alla pianta: forma, sincronismo tra fioritura e bottinamento
(il prelievo del polline e del nettare) e, non ultimo, facilità
di allevamento.
Gli impollinatori migliori sono comunque sempre della famiglia delle api
(apoidei). Il più importante è il bombo
(Bombus spp.) utilizzato su melanzane, melone e fragola, ma soprattutto
dove l’ape non funziona affatto: sui fiori di pomodoro in serra.
Interessanti sono anche i megachilidi (Osmia cornuta
e Osmia rufa sono le specie con allevamento più sviluppato).
Questi insetti sono utilizzati nel mondo in svariate colture (dall’albicocco
al ciliegio) soprattutto negli Stati Uniti dove c’è carenza
di api. In Italia invece la coltura di riferimento è il pero, il
cui fiore è scarsamente appetito dalle api e inoltre fiorisce per
un periodo molto breve e in cui il clima è spesso sfavorevole per
le api. Le osmie poi non amano il tarassaco che cresce sotto gli alberi
da frutto, fiore amato invece dalle api e dove rischiano di trovare alte
concentrazioni di fitofarmaci usati nei frutteti.
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Per saperne di più su api e fiori: Clicca
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